a cura della dr.ssa Alessia Micoli, psicologa
Sempre di più sentiamo ragazzi che si lamentano di avere l’ansia da prestazione a scuola, in particolar modo durante gli esami. È un problema che tocca le varie fasce d’età degli studenti. L’ansia da interrogazione non è una semplice manifestazione di insicurezza o una scusa per potersi sottrare al dovere scolastico, ma è un complesso fenomeno psicofisiologico che investe la maggior parte degli individui, bloccando le reali capacità cognitive. Quando uno studente si trova di fronte alla commissione o alla cattedra, la percezione di minaccia attiva una risposta di “attacco o fuga” in cui l’iperattivazione del sistema nervoso

autonomo rilascia cortisolo e adrenalina, finendo per saturare la memoria di lavoro e causando il temuto “vuoto di memoria”. Dal punto di vista clinico, questo blocco è, per la maggior parte delle volte, alimentato da distorsioni cognitive quali il catastrofismo o il perfezionismo clinico, in cui il valore del sé viene erroneamente accavallato al voto numerico. Per poter rompere determinato circolo vizioso, il nostro compito in qualità di psicologi non è quello di rimuovere l’attivazione emotiva, che entro alcuni limiti è addirittura funzionale alla performance, ma di insegnare ai ragazzi a tollerarla riuscendo a ridefinirla; tramite delle tecniche di regolazione emotiva, ristrutturazione cognitiva e mindfulness, possono essere guidati a mutare l’interrogazione da un tribunale sul proprio valore personale a una semplice, sebbene sfidante, prova di verifica delle proprie competenze.






