a cura della dr.ssa Alessia Micoli, psicologa
Una coppia quando entra in Tribunale porta una storia emotiva, relazionale e traumatica; difatti il Tribunale è uno spazio ad alta intensità emotiva. L’ingresso in Tribunale trasforma in maniera totalitaria i legami, arrivando ad essere espressione di un contenzioso legale. La psicologia giuridica non sostituisce il diritto, ma lo integra, creando delle chiavi di lettura sulle dinamiche affettive e relazionali, sui meccanismi difensivi e sui bisogni evolutivi dei minori. La psicologia giuridica osserva questo fenomeno come un processo di “giudilizzazione del conflitto”, ove il contesto giudiziario arriva ad assumere una funzione simbolica. Determinata scienza interviene tra diritto e dimensione affettiva con l’obiettivo di

poter arrivare a comprendere le dinamiche che vi sono nel conflitto e soprattutto tutelare i minori. Questo perché il rischio maggiore delle separazioni, è la triangolazione dei figli nel conflitto della coppia genitoriale. Nella maggior parte delle situazioni la separazione od il divorzio sono quelle sfere in cui si riattivano dinamiche negative, tossiche e conflitti irrisolti; ove vi sono sentimenti di rabbia, senso di fallimento, paura di poter perdere i figli. Nei procedimenti di separazione con i figli, è fondamentale ribadire che il sistema giudiziario si deve focalizzare sul principio del superiore interesse del minore. La psicologia giuridica va a valutare le competenze genitoriali, le dinamiche di suggestionabilità, l’impatto del conflitto sui figli. Molto spesso il Giudice nomina un C. T. U., in ambito familiare, ovvero un Consulente d’Ufficio, di solito uno psicologo giuridico, che ha un’elevata responsabilità e deve effettuare un lavoro tecnico- valutativo, che richiede rigore e neutralità, utilizzando una metodologia adeguata e strumenti validanti. Al suo fianco possono lavorare i C. T. P., ovvero i consulenti di parte nominati dal padre o dalla madre.






