a cura della dr.ssa Alessia Micoli, psicologa
Il comportamento deviante in adolescenza, letto tramite la lente della psicologia dello sviluppo e dell’età evolutiva e della dinamica clinica, non si configura come una semplice violazione normativa, ma come un sintomo di una complessa ricerca di individuazione e di una marcata fragilità nell’area del sé. Durante tale periodo di profonda riorganizzazione neurobiologica ed emotiva, la condotta antisociale assume la funzione di un meccanismo di “acting out”, cioè un’azione impulsiva a cui il giovane ricorre in assenza di un’adeguata capacità di mentalizzazione, modificando un dolore psichico non verbalizzabile o un senso di vuoto esistenziale in una condotta visibile e dirompente. Se dal punto di vista sistemico ed eziologico gli adulti percepiscono l’atto deviante come una minaccia all’equilibrio sociale o come un deficit di condotta, per l’adolescente questo atto risponde al bisogno primario di regolazione emotiva, alla ricerca di “sensation seeking” ed all’esigenza di svincolo dai legami di dipendenza infantile. Tramite dei processi di disimpegno morale e di ristrutturazione cognitiva, l’adolescente arriva a neutralizzare la percezione della colpa, mentre il gruppo di pari agisce da cassa di risonanza che supporta e valida l’identità vicaria del ragazzo. Il pericolo clinico risiede nella cronicizzazione di determinate dinamiche, una risposta puramente punitiva da parte dell’ambiente esterno rischia di arrivare a rinforzare la percezione di sé come “soggetto deviante”, favorendo l’assunzione di un ruolo patologico stabilizzato a causa della mancanza di rispecchiamento e contenimento emotivo nei momenti critici della crescita.






