La dipendenza affettiva tra fame d’amore e perdita di Sé.

a cura della Dr.ssa Alessia Micoli, psicologa

La dipendenza affettiva si configura come una forma di amore simbiotico e coercitivo che, pur non essendo, tuttavia, catalogata come disturbo autonomo nel DSM-5 (manuale dei disturbi psichiatrici), ricalca le dinamiche neurobiologiche e comportamentali delle dipendenze da sostanze, manifestandosi tramite dei fenomeni di tolleranza, “craving” e una grande ansia da astinenza in mancanza del partner. Tante persone avvertono il peso del passato, senza riuscire a metabolizzarlo, altre considerano l’altro la propria forma di “ossigeno”. Molte delle difficoltà che di solito si incontra nelle relazioni adulte non nascono per caso, ma hanno delle radici profonde che derivano dall’infanzia. Difatti quando un bimbo cresce in un ambiente dove l’amore è inimmaginabile, freddo o condizionato, sviluppa quello che noi psicologi definiamo attaccamento insicuro (dalla teoria di Bolbwy). Da adulti, questa carenza si traspone in un vuoto interiore vorace: non si cerca più un partner con cui condividere la vita, ma una vera e

dr.ssa Alessia Micoli, psicologa

propria “stampella identitaria”. Con l’assenza l’altro ci si sente incompleti, quasi invisibili a sé stessi, come se l’identità personale dipendesse esclusivamente dallo sguardo di chi ci sta accanto. Questa necessità estrema genera il terreno fertile per un incastro relazionale pericoloso. Il dipendente affettivo tende infatti a gravitare attorno a personalità sfuggenti, come i profili narcisistici o evitanti, che alimentano il legame attraverso il meccanismo del rinforzo intermittente. È una dinamica somigliante a quella del gioco d’azzardo: il partner alterna dei momenti di estrema dolcezza a dei momenti di gelida distanza. Questa alternanza crea una dipendenza biochimica ed emotiva fortissima: la persona rimane “agganciata” alla speranza di ritrovare quei rari momenti di attenzione, giustificando carenze e sofferenze pur di non dover affrontare il terrore del vuoto e dell’abbandono. Il “dipendente” vive in uno stato di costante ipervigilanza e terrore dell’abbandono, arrivando a negare le proprie esigenze e la propria individualità in favore di una fusione idealizzata che, paradossalmente, genera del vuoto invece che pienezza. Il superamento di tale dinamica richiede un delicato processo terapeutico volto alla ricostruzione dei confini dell’Io, alla differenziazione sé-altro e all’elaborazione dei traumi relazionali sottostanti, modificando il bisogno di possesso in una capacità di condivisione autentica e autonoma.

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