a cura della dr.ssa Alessia Micoli, psicologa
Durante il periodo dell’infanzia, fra genitori e figli vi è un legame magico, particolare e soprattutto rassicurante. Per un bambino piccolo, la mamma ed il papà sono perfetti, onnipotenti e capaci di poter risolvere qualunque problema; rappresenta quella che in psicologia viene definita una “base sicura”. Il genitore si specchia in questo sguardo composto di ammirazione, di adorazione

e, inconsciamente, ci si siede comodo, difatti si sente utile, valido, protetto dal proprio ruolo e sentitamente amato. Molto spesso la rabbia che un genitore sperimenta e prova di fronte alle provocazioni, ai silenzi o alle repentine svalutazioni di un figlio adolescente è raramente un semplice impulso educativo; più spesso, rappresenta una reazione di difesa a un profondo vissuto di perdita e impotenza. In ottica psicodinamica, l’adolescenza distrugge in maniera brutale il patto di idealizzazione dell’infanzia, ovvero il genitore, che fino a ieri era la “base sicura” e il punto di riferimento certo, si ritrova all’improvviso deprivato dal proprio ruolo, percependo i tentativi di differenziazione dell’adolescente come attacchi personali o rifiuti affettivi. Tale cambiamento manda il genitore in una grande crisi profonda. Questa particolare transizione fa tornare alla mente una particolare minaccia identitaria che arriva a destabilizzare l’adulto, arrivando ad attivare delle risposte emotive intense e, talora, regressive. La rabbia esplosiva ed il controllo rigido divengono così il difficile tentativo disfunzionale di riaffermare un’autorità che vacilla e di arginare l’ansia di fronte a un futuro imprevedibile. Riconoscere che questa collera non è un fallimento morale, ma diviene il segnale di un faticoso processo di rielaborazione del proprio ruolo, quindi è il primo passo per trasformare il conflitto in uno spazio di ascolto, permettendo al genitore di tollerare la distanza necessaria alla nascita dell’adulto di domani.






